Studio di psicoterapia a Roma Giustina Zanni

Fame dell’Essere: una prospettiva Analitico – Transazionale sui disturbi dell’alimentazione.

Nella mia esperienza come terapeuta analista transazionale con clienti affetti da disturbi alimentari ho riscontrato scarsa consapevolezza su quanto complesse siano queste patologie e, soprattutto, quanto coinvolgano la vita di interi nuclei familiari.

Non ho la pretesa di esaurire l’argomento in questo spazio; vorrei bensì utilizzarlo per far luce su alcuni aspetti semplici ma fondamentali che caratterizzano questa gamma di disturbi, che hanno radici forti nell’esistenza stessa dell’essere umano e nel suo riconoscimento in quanto tale.

I disordini alimentari nascono come una modalità distorta di preservarsi e salvarsi da un male più grande, quello del non esistere e non essere riconosciuti nella propria originalità e unicità; attraverso questa distorsione la persona trova un luogo (il corpo) dove spostare il peso della propria sofferenza, continuando così a esistere e affermarsi. Nonostante l’intelligenza e la creatività spiccata, queste persone non hanno trovato altra soluzione per salvare la propria mente oltre quello di sacrificare il proprio corpo.

Ciò è valido per tutte le varianti del disturbo, dall’Anoressia Nervosa alla Bulimia Nervosa al Binge Eating Disorder.

L’infanzia delle persone candidate a sviluppare un disturbo alimentare è spesso caratterizzata da famiglie molto presenti che danno più importanza nell’educazione della prole al Fare, dimenticandosi del loro Essere. Ogni essere umano ha bisogno di riconoscimento in ciò che fa ma soprattutto per ciò che è. Queste variabili determinano un senso di esistenza, intesa come riconoscimento soggettivo del proprio esser-ci, essere-in-relazione, identificarsi. Io esisto in quanto (ad esempio) tu riconosci (e mi attribuisci) il mio essere simpatico, oppure esisto in quanto sono stato bravo nello svolgere il mio compito correttamente a scuola, perché tu mi dici che il compito che ho svolto valeva un bel voto.

In queste famiglie l’Essere del figlio viene sacrificato in favore dell’eccellenza, del saper fare, dell’essere il migliore. Ci si preoccupa dell’agire dei figli, del loro valore in quello che fanno, ma poco del sapere come essi sono stati durante quell’esperienza, o semplicemente di chiedere “come stai?”.

Il figlio cresce sperimentando un senso di inadeguatezza e fallimento nel non accontentare i genitori nelle loro richieste, in quanto le uniche carezze (nel significato Berniano di unità di riconoscimento sociale) positive arrivano attraverso le sue performances. Intuito ciò col passare del tempo il giovane tenderà a concentrarsi sulle richieste genitoriali di valore e eccellenza, onde evitare la delusione parentale: asseconderà così durante la crescita le abilità del fare e del pensare a scapito di una parte di sé sentita e vissuta emozionalmente con sede (specie nei primi anni di vita) nel corpo, poco o nulla valorizzata dalla famiglia e conseguentemente dal figlio stesso.

In questo modo comincia a delinearsi un primo nucleo scollato di Sé, una scissione tra la sfera cognitiva (mente) e quella emotiva (binomio corpo – emotività).

In chiave analitico – transazionale questo scollamento si mostra nel Bambino Interno non ascoltato (sfera emotiva) e nell’Adulto “Normativo” che determina l’agire dell’individuo (sfera cognitiva).

In pratica la modalità comunicativa dei genitori – tipo di un soggetto predisposto allo sviluppo di disordini alimentari stabilisce, in ordine di importanza: “prima vediamo come ti comporti fuori e cosa mostri, poi (forse) vedrò come ti senti (dentro)”. Di conseguenza il figlio tenderà a utilizzare come guida nella propria vita questa priorità, poiché la riconoscerà come unica possibile (dal momento in cui la famiglia non ne ha mostrato altre da poter essere prese come confronto per lo sviluppo di alternative durante la crescita).

Prendiamo ad esempio lo sport nei bambini e valutiamo due reazioni genitoriali tipiche. Possiamo ritrovare il genitore contento della partita del figlio ma anche preoccupato di sapere come si è sentito nell’avere sbagliato un rigore, prendendosi cura della sua delusione e tristezza per aver magari compromesso il risultato per la propria squadra; oppure possiamo trovare il genitore attento alle prestazioni del proprio figlio premiando risultati e rimarcando le responsabilità di questo negli obiettivi mancati, considerandolo poco dedito all’allenamento senza considerare le esigenze del suo corpo in formazione, quali ad esempio necessità di riposo o di espressività non controllata che fanno parte di uno sviluppo psico-fisico sano ed equilibrato.

Il corpo è quindi visto in questo caso solamente come un mezzo, un tramite attraverso cui raggiungere risultati. Non si considera invece che, dalla nascita in poi, il corpo è la sede del primo Sé e come tale si esprime e ha esigenze proprie. Non avendo ancora una padronanza di linguaggio (totale o parziale a seconda dell’età) è attraverso il corpo che il bambino prima e l’adolescente poi esprime sé stesso.

I primi anni di vita dello sviluppo sono infatti responsabili della crescita armonica del corpo che, mentre il nostro cervello si prepara a consolidare la leadership in futuro, esprime il nostro sentire molto prima della comparsa del linguaggio così come lo conosciamo. Il linguaggio corporeo diventa parte integrante della nostra memoria e esperienza, inscritto nella nostra postura, fonte di ispirazione negli anni a venire.

Nel momento in cui qualcosa si interrompe in questo passaggio delicato si inizia a preparare un terreno fertile per l’insorgenza di un disturbo alimentare in futuro. Da qui lo scollamento del binomio mente – corpo, che col passare del tempo vedrà tracciata una linea di separazione sempre più netta.

Se le proprie emozioni tendono a contrastare le necessità Genitoriali, al fine di evitare l’esclusione o la non accettazione il bambino tenderà a costruire atteggiamenti compiacenti scegliendoli accuratamente sulla base dei risultati portati e seppellendo le proprie emozioni, quelle autentiche, nel corpo. Ecco creato un primo Copione di Vita (un piano di vita basato su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi e che culmina in una scelta definitiva), nel quale vado bene se compiaccio (faccio quello che loro mi chiedono, mente – fuori), mentre quello che sono non va bene (sono sbagliato a essere come sono, corpo – dentro).

Come premesso, questo è uno dei tanti meccanismi che sottendono l’insorgenza dei disturbi alimentari. Ho scelto consapevolmente di concentrarmi su questo aspetto per un motivo: è molto semplice infatti trovare famiglie con queste caratteristiche. Senza farne un discorso di colpa o responsabilità per il passato (poiché anche i genitori hanno un passato e trasmettono ai figli ciò che a loro volta hanno appreso), è loro dovere considerarla come responsabilità verso il presente. Non solo per garantire ai figli una crescita serena che possa esprimere al meglio il loro potenziale di crescita e favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, ma anche per i genitori stessi: liberarsi da aspettative di eccellenza e ri-focalizzarsi su una relazione basata sul vedersi per ciò che si è può favorire lo sviluppo di rapporti interpersonali sani, felici e forti.

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